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Un tablet per amico? Prove di assistenza con le tecnologie assistive

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24 Feb Un tablet per amico? Prove di assistenza con le tecnologie assistive

La digitalizzazione, ovvero la conversione sulla base di un codice binario che trasforma il reale per essere trasmesso/stoccato ovunque con reti e archivi telematici e successivamente riconvertito di nuovo in reale in ogni parte del mondo interconnesso, è sempre più il tratto distintivo di unica esistenza umana che vive entrambe le componenti, reale/digitale, come dimensioni compresenti.

La correlata strumentazione, impostasi a ritmi impressionanti nel corso di pochi anni, è parte integrante delle diverse dimensioni della quotidianità. Basti pensare alla domotica, all’ambient assisted living, alla robotica e all’intelligenza artificiale, e alle loro applicazioni sempre più automatizzate ovvero indipendenti dall’azione umana: dalla gestione e controllo della casa, al lavoro, agli spostamenti, alla preparazione dei pasti, al monitoraggio/cura a distanza di patologie croniche o meno, al lavoro e ai sistemi di produzione, all’acquisto di beni e servizi, alle attività finanziarie, alla sicurezza, al tempo libero, ecc..

Le componenti fondamentali delle relazioni umane divengono sempre più mediatizzate, ovvero trasformate e potenziate da tastiere, smartphone, assistenti virtuali/Ai, ologrammi, ecc.. Ogni superficie può divenire uno schermo su cui vedere ed essere visti, leggere ed essere letti, ascoltare ed essere ascoltati. Da strumenti di fruizione passiva di contenuti, gli schermi divengono luoghi di relazione e i siti e le applicazioni le relative infrastrutture.

Lo stesso vale per le nostre strutture cognitive. La connessione sostituisce la memorizzazione e gli algoritmi l’organizzazione del sapere. Tempo, spazio, comunità sociali e politiche, con il passaggio alla rete, assumono così nuovi significati, dimensioni e regole. Stiamo diventando ciò che connettiamo.

Ovviamente non si tratta di una transizione indolore. Tutto ciò impone sfide sociali, etiche, giuridiche, economiche, politiche, ancora di difficile stima e qualificazione.

Siamo poi di fronte a processi sempre più intergenerazionali. Se da una parte, infatti, le nuove generazioni sono composte da “nativi digitali”, dall’altra anche le meno giovani vivono inculturazione e socializzazione crescenti con la digitalizzazione. Nel 2017 gli utilizzatori 65-74 enni del web sono stati il 30,8% (erano il 13,8% nel 2011), mentre quelli con 75 anni e più l’ 8,8% (dal 2,7% nel 2011). Se si considera i 45-64 enni, oggi caregiver di parenti non più autonomi e in prospettiva utenti futuri dei servizi per anziani, il trend è ancora più accentuato. E questo grazie anche al costante miglioramento della semplicità di utilizzo, al supporto diretto ai fruitori, alla percezione di utilità da parte degli utenti stessi.

Ed è proprio attorno a queste qualità – simplicity, enabling , usefulness – che si sta giocando la partita della digitalizzazione dell’assistenza sociosanitaria.

Se da una parte la ricerca tecnologica, anche alla luce della influenza e trasferibilità di quanto è già componente ordinaria in campo sanitario, è arrivata a risultati assolutamente significativi, dall’altra mancano verifiche effettive dell’impatto che i prototipi realizzati possono avere sia nella condizione di vita degli assistiti che nella riorganizzazione dei modelli di servizio.

I progressi tecnologici nei settori della intelligenza artificiale, della robotica, dell’Internet of Things, delle interfacce uomo-macchina e delle comunicazioni stanno infatti ampliando le possibilità di sviluppare nuovi modelli di servizio e/o migliorare quelli esistenti.

Sul mercato sono presenti tecnologie mature e semplici per poter essere fin da ora integrate in servizi assistenziali innovativi. Tuttavia la loro applicazione richiede un cambiamento dei processi assistenziali con nuove o adattate mansioni e maggiori competenze tecnologiche da parte degli operatori e utilizzatori finali. Ciò comporta investimenti iniziali non secondari, sia nella riprogettazione dei modelli di intervento che nella riqualificazione/riorganizzazione del capitale umano presente, nonché, ovviamente, nella infrastrutturazione di un mercato di fornitori, installatori, manutentori, controllers, ora difficilmente sostenibili per gli erogatori sia pubblici che privati.

È convinzione di molti, al contempo, che se focalizzate sulle reali necessità degli assistiti e delle famiglie, Ict e robotica possano migliorare la qualità di vita, permettere di vivere in modo più sano e indipendente, favorire una migliore gestione delle capacità fisiche e cognitive residue relative all’invecchiamento/disabilità.

Rimane la necessità di verificare sul medio lungo periodo, e con follow up numericamente adeguati: gli ostacoli alla confidenza con le tecnologie; il loro effettivo e concreto supporto per il mantenimento dell’autonomia residua e di una vita quanto più possibile indipendente e relazionalmente significativa; l’efficacia rispetto ai rischi connessi all’ ambiente domestico (cadute, disidratazione, malnutrizione, fughe di gas, ecc…); il monitoraggio dei fattori che incidono maggiormente sull’evoluzione dello stato di salute, complessivamente intesa, al fine di progettare l’elaborazione di algoritmi ad hoc; la valutazione dell’impatto che esercitano sul livello di benessere complessivo dell’anziano nonché sul suo senso di sicurezza e di appartenenza alle reti primarie e amicali, vs il rischio di un maggiore confinamento (esclusione relazionale e insufficienza di tutela e assistenza); l’effettivo supporto per i caregiver formali ed informali, soprattutto nell’ottica di una presa in carico del bisogno più efficace e personalizzata.

In altre parole, così come l’implementazione di servizi sociosanitari capacitanti (personalizzati, appropriati, sostenibili), richiede di fare sintesi tra prevenzione, medicina e assistenza di iniziativa, riabilitazione, e socializzazione, con un ruolo centrale ricoperto dalle tecnologie – in quanto supportano l’autonomia e la sicurezza dell’assistito; alleggeriscono il caregiving familiare o professionale; gestiscono e standardizzano le informazioni utili al governo clinico e alla gestione di sistema dei servizi e degli interventi; stimolano lo sviluppo e miglioramento di vecchi e nuovi modelli di servizi – è altresì vero che nonostante il fermento e il crescente interesse dei players del settore e dei decision makers, sembra mancare una strategia mirata a trasformare tutto ciò in una policy adeguata.

Questo non significa che la digitalizzazione del sociosanitario possa fermarsi. Usando la metafora della inondazione per tracimazione, essa comunque proseguirà, per l’appunto con modalità non governate e quindi con esiti che potranno essere particolarmente pesanti in termini di iniquità (digital divide tra assistiti, obsolescenza delle competenze professionali soprattutto per le basse qualifiche, ecc.) e conseguentemente di qualità della vita per i destinatari e le loro famiglie.

Grazie alle opportunità offerte dalla sperimentazione di Pronto Badante 2018-19, nel quadro di una programmazione più ampia di ricerca e sviluppo, le imprese della rete Umanapersone, con il supporto di CoRobotics spin off della Scuola Sant’Anna di Pisa, hanno voluto cercare di capire cosa succede nel concreto, sia per gli assistiti che per gli operatori e i modelli di servizio. Le testimonianze qui raccolte rappresentano un primo step di valutazione, a cui seguirà un vero e proprio rapporto.

Buona lettura