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Terzo Settore: le attività di interesse generale negli Statuti

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21 Mag Terzo Settore: le attività di interesse generale negli Statuti

Il Ministero del Lavoro con la Nota n.3650 del 12 aprile 2019 ha chiarito che gli Statuti degli enti del Terzo Settore devono riportare in modo chiaro e preciso le attività di interesse generale svolte e le finalità perseguite, non limitandosi a riportare le attività ammesse come riportate analiticamente nell’articolo di legge (art. 5, D.Lgs. 117/2017).

Nella nota si precisa che lo svolgimento, in via esclusiva o principale, di una o più attività di interesse generale è uno degli elementi che, insieme alla finalità e all’assenza dello scopo di lucro, concorrono a contraddistinguere gli enti che rientrano nel perimetro del Terzo settore (con i connessi risvolti anche di ordine fiscale), per effetto della qualificazione conseguita attraverso l’iscrizione nel Registro unico nazionale (articoli 45 e seguenti, D.lgs 117/2017).

In secondo luogo, il Ministero ricorda che il Registro svolge una duplice funzione: individuazione degli enti e garanzia della conoscibilità di atti e fatti rilevanti, attività svolte, risultati conseguiti, impiego delle risorse pubbliche e private acquisite.
Nell’atto costitutivo (di cui lo statuto è parte integrante) gli enti devono obbligatoriamente indicare sia l’attività di interesse generale assunta come proprio oggetto sociale sia le finalità solidaristiche e di utilità sociale perseguite. Sul punto, il Ministero sottolinea che, secondo quanto previsto dall’articolo 6 del Codice, ferma restando la prevalenza di quelle di interesse generale, gli enti del Terzo settore possono esercitare anche attività diverse da quelle elencate nell’articolo 5, a patto che l’atto costitutivo o lo statuto lo consentano e siano comunque secondarie e strumentali rispetto alle attività di interesse generale.

Pertanto, l’individuazione di una o più attività di interesse generale non può consistere nel mero inserimento all’interno dello statuto “di un elenco di tutte le attività previste dall’articolo 5 o di un numero di esse tale da rendere indefinito – e come tale non conoscibile – l’oggetto sociale”. Senza dubbio, prosegue la nota, “la varietà dei possibili settori di attività individuati come di interesse generale testimonia della volontà del legislatore di garantire agli enti un’ampia autonomia nell’individuazione della/delle attività attraverso le quali, nel rispetto delle norme particolari che ne disciplinano l’esercizio, meglio conseguire le finalità associative in armonia con la natura, le caratteristiche, la vocazione dell’ente”.

Tuttavia, questa autonomia non può tradursi in una sostanziale elusione degli obblighi di trasparenza e conoscibilità nei confronti dei terzi o del diritto degli associati (anche futuri) “di aderire a una compagine di cui siano chiaramente individuate (e ragionevolmente collegate tra loro) attività e finalità”.

Naturalmente, conclude il Ministero, gli enti potranno in ogni momento modificare il proprio oggetto sociale con l’inserimento di nuove attività o l’eliminazione di quelle che non intendono più svolgere. In ogni caso, però, “ciò dovrà essere il frutto di una precisa scelta degli associati, da assumersi alla luce e nel rispetto delle regole organizzative di cui l’ente si è dotato secondo caratteristiche di democraticità e trasparenza”.

Fonte: Fiscoggi.it

A cura di Alberto Bambagini, C.I.S.A.